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Coro San Giorgio"Canto Ergo Sum" |
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Negro SpiritualI “Negro Spiritual” sono canti religiosi del popolo nero americano e costituiscono per loro una musica distintiva, riconosciuta così in tutto il mondo. Sono stati chiamati Spirituals probabilmente per la relazione fra il tipo di canti e lo Spirito Santo “…lo Spirito non discenderà senza canti”; oppure si chiamano così semplicemente perché nati e cantati “…ogni volta che lo Spirito muove il mio cuore…” come recitano le parole di uno di essi. Furono creati da un popolo oppresso che diede in questo modo voce al suo dolore ma anche alla speranza. Margherita Yourcenar afferma che “…questi canti sono un aspetto dell’eredità poetica del genere umano”. Sono a volte canti di giubilo, carichi di emozioni, di gioia; a volte invece intrisi di tristezza,di dolore, comunque mai di rassegnazione. Registrano la lotta di tutto un popolo per sopravvivere, ma forse più di qualsiasi tradizione storiografica possiedono il potere di toccare l’anima e suscitare emozioni in coloro che li cantano e li ascoltano. Qualcuno ha definito questa musica il prodotto più originale del nuovo mondo e patrimonio dei neri; ancora oggi poi, per il bianco degli Stati Uniti, è più facile considerare il negro un buon musicista che non un cittadino americano. Di seguito approfondiamo nel dettaglio alcuni aspetti relativi a questo genere. La nascitaLo spiritual nasce dall’intimo, dalla sofferenza; dal duro lavoro nei campi, dai soprusi degli schiavisti, dalle ingiustizie subite da un popolo che non trovava la forza di reagire. E' ovviamente sempre amaro non riuscire a sopportare la durezza del lavoro, specie se impegnativo fisicamente. I negri poi avevano anche un grave fattore aggiuntivo: erano schiavi e deportati in una terra mai vista ne’ voluta. L’origine dello Spiritual resta incerta: forse il periodo è quello a cavallo fra 1700 e 1800. Esso nasce come risultato di una fusione culturale: da un lato l’incontro dei ritmi della musica africana con le canzoni ecclesiastiche di base Protestante; dall’altro l’incontro di una primitiva ma profonda religiosità africana con il Cristianesimo e con il messaggio di speranza che esso porta. Breve storia del razzismoNell’agosto 1619 una nave olandese gettò gli ormeggi a Jamestown in Virginia, per vendere il suo carico, prodotto di una razzia compiuta su una nave spagnola; tale merce comprendeva anche una ventina di neri,catturati in Africa. Nasceva così questa piaga disastrosa dell’umanità. Per altro la schiavitù era già praticata nelle colonie spagnole e portoghesi da circa un secolo; in quelle inglesi invece si chiamava “servitù”. Per due secoli, la tratta degli schiavi portò sulle coste orientali dell’America del Nord circa un milione di neri dell’Africa Occidentale; essi dovevano lavorare nelle gigantesche piantagioni di cotone del Sud. Molti dei prigionieri imbarcati però non arrivavano dall’altro lato dell’oceano e morivano di stenti sulle navi: i negrieri, per non perdere profitto, concessero presto l’uso di strumenti a percussione sulle navi, la pratica del canto e della danza. Lo stesso fecero i coloni sulla terraferma. I negri capirono ben presto la loro drammatica situazione, ma non avevano il coraggio di dirlo, di ribellarsi e di imporsi. Nel 1641 la colonia del Massachusetts codifica la schiavitù; nel 1750 venne riconosciuta per legge in tutti le colonie americane. La Francia abolì lo schiavismo 2 volte nel 1974 e dopo la Rivoluzione, ma poi fu ristabilito nel 1802 da Napoleone, per l’influenza di sua moglie Josephine da Beauharnois, la cui famiglia possedeva grandi terreni nelle Antille. Nel 1820 venne abolita la schiavitù negli stati del nord. Nel 1852 uscì “La capanna dello zio Tom”, scritta da Harriet Beecher Stowe, che fece confrontare il pubblico con la barbarie della schiavitù e fece crescere la reazione contro di essa. Nel 1859 venne impiccato un abolizionista bianco, John Brown. Sempre in quel periodo divenne uno dei punti di divisione fra gli stati industriali del nord e quelli agricoli del sud; la guerra civile americana (1861 – 1865) pose fine sulla carta allo schiavismo, ma non sopì gli odii creati in così tanti anni di soprusi. Nel 1863 Abraham Lincoln proclamò l’emancipazione degli schiavi d’America. Nel 1865 fu abolita la tratta degli schiavi a New Orleans. Nel 1866 nasceva il “Ku Klux Klan”. Le rivalità della razza bianca verso la nera però non furono sopite nemmeno cent’anni dopo; anzi furono risvegliate nel 1957 a causa dell’integrazione razziale nelle scuole, poi dagli assassini di Malcom X (1965) e Martin Luther King (1968).
Le ragioniPer difendersi dalle angherie del razzismo quindi i neri americani svilupparono una loro forma di comunicazione: il canto. E' un genere nuovo, autentico; creazione collettiva, riflettone molto bene il temperamento della razza nera. L’inizioNella società africana il canto è strettamente legato alle manifestazioni sociali e produttive della tribù, con un ruolo evidentemente rituale. Indubbiamente il popolo afro-americano è diventato nel corso dei secoli un popolo nuovo, che ha conservato solo parzialmente le sue radici africane, ma si è anche fuso, suo malgrado, con la società e la cultura della popolazione bianca. Ben presto i canti non espressero più il desiderio di ritornare alla terra d’origine, ma si modificò l’obiettivo: attraversare il Giordano, cioè ottenere la libertà, la terra promessa come per il popolo ebreo. Il negro-africano era diventato negro-americano. La tradizione oraleAgli schiavi nei primi anni della tratta era proibito imparare a leggere e scrivere; così per conservare un minimo della tradizione africana e del linguaggio, i primi schiavi raccontavano ai discendenti le storie tribali, il linguaggio e la cultura antica, per mantenere le radici africane. Anche la società africana del resto non aveva tradizione scritta; la storia tribale, gli usi e costumi, le espressioni religiose erano tramandate con canti e danze. Gli strumenti musicali di vario genere vennero riprodotti o adattati con nuovi costruiti in America; i canti ritennero il linguaggio africano tipico, la costruzione a domanda e risposta fra voce singola e coro; quando furono proibite le percussioni, l’effetto fu ricreato con gli ostinati del canto e con il battito delle mani. I “work songs”Le prime esperienze di canto corale vennero fatte nei brevi periodi di riposo, ma anche durante il lavoro per sopportare le esagerate fatiche quotidiane. All’inizio si trattava di work songs, semplici canzoni di lavoro, con uso libero di frasi e ritornelli. I canti venivano improvvisati sul posto di lavoro: spesso al leader spettava l’intonazione della strofa, la scelta del ritmo consono al gesto lavorativo. Il work-song è stata quindi la prima forma musicale del nuovo popolo, quasi costituisse un collegamento tra le tradizioni della terra d’origine e il nuovo mondo. Inoltre era funzionale per la diffusione di nuovi vocaboli su strutture grammaticalmente e foneticamente africane. I canti creati dai neriCi sono 2 categorie di canti negro-Spiritual: quelli creati dei neri modificando la liturgia cristiana e quelli creati dai predicatori bianchi e modificati poi dalla tradizione orale nel corso degli anni. Spesso avveniva che i pastori protestanti tenevano le lezioni nei pomeriggi della domenica o delle festività; gli schiavi memorizzavano le melodie e poi le ricantavano sgrezzandole da note di passaggio, modificandone il tempo con l’introduzione di sincopi e ritardi nel tempo, finali allungati con liricità maggiore di quella richiesta nel semplice canto liturgico. Inoltre i neri ricorsero alle modifiche delle lingua dei bianchi: tipiche parole sono “Massah” invece di Master (Maestro) o forse di Messiah ? (Messia). I canti scritti dai bianchiNoti anche come “White Spirituals”, si rifacevano agli inni religiosi Irlandesi e scozzesi, introdotti negli stati del sud con i processi di cristianizzazione protestante, ed insegnati nei “camp-meetings”, grandiose adunanze organizzate dalle chiese protestanti che si tenevano una o due volte all’anno. Tipico canto di questa serie è Amazing Grace, composto su una musica tradizionale irlandese da John Newton, ex commerciante di schiavi. Egli fu inviato in giovane età sul mare, si fece riprendere per il cattivo comportamento; fu venduto come schiavo egli stesso ad un colono della Sierra Leone. Divenne poi commerciante di schiavi e fece alcune tratte come capitano di una nave: poi si convertì al cristianesimo dopo aver rinnegato la vita passata; in particolare divenne esponente della Chiesa Medotista. Si occupò di abolizionismo in Inghilterra e pubblicò dei “Pensieri sulla tratta degli schiavi africani”, in cui confutava con conoscenza di causa le argomentazioni dei negrieri.
L’incontro con la religione CristianaIl negro viveva pienamente in Africa le religione; fatto prigioniero rispettava però il Dio dei conquistatori bianchi, un dio che doveva essere forte perché aveva sconfitto gli dei propri. Non era difficile vedere nell’uomo generato in Africa, la connessione fra il battesimo ed il dio -fiume dell'animismo originale, fra la ricerca dello Spirito e lo Spirito Santo biblico, fra gli dei ancestrali e la Trinità. Il ProtestantesimoL’incontro con la religione cristiana avvenne da subito; già uno dei primi venti schiavi fu battezzato, nel 1619.All’inizio però la cristianizzazione dei neri era osteggiata dai bianchi, che non gradivano l’istruzione degli schiavi; nei primi anni dell’ottocento però l’America fu percorsa da movimenti di risveglio spirituale e religioso; presbiteriani, battisti e metodisti puntavano in maniera decisa alla salvezza del singolo uomo, bianco o nero .Così le chiese si aprirono alla gente di colore, pur se ci furono le debite distinzioni anche nel posto all’interno della chiesa stessa: i bianchi davanti e i neri dietro. Il processo favorì d’altro canto una specie di normalizzazione dello schiavo all’interno della nazione americana; i neri non si sentivano più prigionieri in terra straniera, ma parte di una comunità, pur se schiavi: a poco a poco l’Africa era diventata terra straniera. Il catechismo dei protestanti, a differenza di quello Cattolico, è sempre stato più aneddotico, illustrativo, concreto; cerca di far diventare la Bibbia preghiera vivente. I pastori protestanti fecero leva sulla promessa di libertà; erano un po’ come i profeti biblici, dei “cantastorie”. Esistevano infatti predicatori ambulanti (detti “Jacklegger preachers”) che si spostavano da una piantagione all’altra intonando inni fatti con antiche melodie sacre o profane inglesi o irlandesi; esse erano regolarmente modificate, perché quei canti con l’andar degli anni avevano perso il carattere puro degli inni protestanti; a volte venivano accompagnati con strumenti .Gli inni popolari pertanto con l’andar del tempo vennero completamente distorti, furono sostituite le parole . C’erano poi le esperienze dei “camp meetings”, raduni di migliaia di persone organizzati dai pastori in genere Metodisti e Battisti; era l’evento centrale dell’anno per molte persone, che rimanevano per ore ed ore ad ascoltare i predicatori, pregando cantando e sognando la liberazione.
Le formazione dei testiIn tutti i periodi storici, i compositori hanno sempre cercato di scrivere frasi musicali appropriate al testo o, all'inverso, applicare al testo dato, una musica corrispondente tale da rendere all'ascoltatore un'idea esatta delle sensazioni insite nel testo espresso sulla carta. Negli Spirituals il compositore era anche esecutore, sia singolo che di gruppo, oltre che interprete e improvvisatore nei vari brani: tutto ciò perché il grado di acculturazione musicale e letterario di questi “cantautori” era molto basso; un po' come gli artisti sgrammaticati e strimpellatori, che però spesso hanno molte cose da dire al pubblico. Inoltre un'altra differenza dalle altre realtà musicali usuali, dipendeva dal fatto che gli esecutori erano anche gli unici ascoltatori di loro stessi, sia nei canti di lavoro che in quelli di riposo la domenica. In questo senso sono ancora canti tribali, modificati ed espressi in un'altra lingua, ma con la primordiale energia e volontà di esprimere idee proprie. Soprattutto l'idea della libertà, che non è mai stata cantata senza desiderio da chi non la possiede, nella storia di qualsiasi popolo. Le parole poi sono espresse nel linguaggio straniero che gli afro-americani hanno dovuto imparare e che a malapena padroneggiavano. Spesso i testi sono scritti con frasi del dialetto (slang) dei neri, oppure con errori grammaticali nemmeno secondari. Altre volte le imprecisioni dialettali creavano dei veri e propri neologismi, spesso semplificatori, che poi venivano utilizzati anche nel linguaggio colto. Gli afro-americani mischiavano le scarse conoscenze letterarie con quello che i pastori protestanti insegnavano loro nei momenti di riposo, la domenica; loro modificavano e adattavano il libri biblici, inserivano i loro desideri di speranza fra le righe e….creavano questi splendidi testi. Le parole bibliche quindi non erano sempre usate per motivi strettamente religiosi o meglio liturgici; domandavano invece libertà per se stessi, ma nel vero senso della parola. Inoltre servivano per educare, chiacchierare, rimproverare qualcuno, aiutare tal altro nel raccontare storie. Davano in qualche modo serenità ai loro stessi, oltre ad essere un ottimo mezzo per l’educazione. Ci sono molte metafore che danno bene l’idea di come si siano formati questi canti. Il Dio LiberatoreUna delle più ostinate fantasie dei vecchi schiavi era l’impersonificazione degli afro-americani con il popolo di Israele oppresso dai crudeli egiziani – i sudisti – dove Canaan era la terra della libertà. In molte canzoni essi applicarono a se stessi le profezie bibliche. Molti canti, come detto, sono stati dedicati al passaggio: Go down Moses ad esempio, in cui la voce di Dio ordina con impeto a Mosè di liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto! In questo brano poi l’aderenza al testo biblico è stupefacente; un canto Pasquale quasi per uso liturgico che diventa voce di Dio che tuona sugli egiziani – Sudisti ! Nel brano Didn’t My Lord deliver Daniel si canta: “…il Signore non ha liberato Daniele dalla fossa dei leoni? E quindi non può liberare anche me? Non liberò Giona dal ventre della balena, i ragazzi ebrei dalla fornace ardente? E perché non ogni uomo?” Il desiderio di liberazione viene presentato quasi come dovuto, immancabile gesto di giustizia, dati gli illustri precedenti in cui l’autore o gli autori si identificavano. Nel canto He’s got the whole world in his hands (Egli tiene il mondo intero nelle sue mani) Dio possiede i destini della vita di ogni uomo: a Lui unico consolatore si affidavano gli schiavi. Era l’unico affidabile anche perché aveva provato su di se le sofferenze della croce, del tradimento degli amici e del mancato riconoscimento della sua grandezza; Egli solo poteva personificare la speranza. I personaggi bibliciI personaggi biblici come Daniele, Mosè e Davide, Pietro e Paolo, Marta e Maria, Paolo e Sila, Sansone diventano fratelli ma soprattutto compagni di viaggio, amici con cui scambiare idee e condividere stati d’animo. Il mito di GesùLo schiavo si identificava naturalmente con Gesù, Salvatore dell’umanità, liberatore dai soprusi e le ingiustizie, speranza e sicurezza del mondo migliore; nessuno meglio di loro poteva sperimentarlo. C’è la croce e la sofferenza di Where You there when they crucified my Lord; ma c’è anche la Pasqua di Oh Happy day, la Resurrezione che ha dato salvezza e forza. La fuga dalla schiavitùLa tradizione orale afro-americana è ricca di riferimenti a questo sogno; Steal away o I couldn’t hear nobody pray sono esempi chiarissimi. Erano in genere ideati dalla “Underground Railroad”, letteralmente “Ferrovia sotterranea”, in realtà un’organizzazione clandestina che favoriva le evasioni degli schiavi. Questi canti servivano alla sopravvivenza della comunità nera, avevano funzione di balsamo lenitivo, voce di incitamento, ponte gettato al di là delle sofferenze che non sarebbe stato possibile tollerare senza il sollievo del canto. La libertàPer lo schiavo i termini religiosi di cielo, terra promessa, fiume Giordano erano dei simboli; il cielo e la terra promessa (Canaan) indicavano la libertà; il Giordano invece il fiume Ohio o Mississippi, che segnavano il confine fra gli stati schiavisti e quelli abolizionisti. Brani come Go down Moses, Swing low sweet chiariot, Deep River (my home is over Giordan) indicano infatti il passaggio dalla oppressione alla libertà del loro popolo, poter riacquistare dignità di uomo vero. Il passaggioIn Rocking Jerusalem si canta la gioia di Maria e Marta dopo la liberazione dall’Egitto. Oppure The Gospel train: “…il treno del Vangelo sta arrivando: tutti a bordo, c’è ancora posto per molti altri; senti sta andando a tutto vapore; o peccatore non essere orgoglioso, ma compra il tuo biglietto e sii pronto per il treno. Il viaggio non costa molto e tutti ci possono andare; non c’è seconda classe, ci sono ricchi e poveri, ci sono Mosè, Noè ed Abramo e tutti i profeti; ah che bella compagnia celestiale! Presto arriveremo alla stazione, e allora ….quanto canteremo! Per l’eternità!” I periodi dell’annoSi parla poco del Natale; solo alcuni Spirituals dedicati ad esso: Go tell it to the mountains, Hail Mary, Sweet Little Jesus born, Mary had a Baby. Sono meglio descritti i temi della Pentecoste, quindi dello Spirito Santo, da cui il nome steso dei canti. Il dolore e la SperanzaIl dolore, la sofferenza e la morte sono cantati per evocare la rimozione dell’angoscia dalla situazione di disperazione; Sometimes I feel like a motherless child (A volte mi sento come un bambino senza la madre) o Nobody Knows (Nessuno conosce il mio dolore) sono emblemi del dramma dei neri; in effetti non c’è bisogno di molte parole in queste canzoni per dar voce al sentimento. C’è solo da meravigliarsi come in nessuno di questi canti l’odio per gli oppressori, o comunque nei confronti dei padroni bianchi. Lo Spiritual è un canto che parla di dolori e sofferenze, ma non è un canto disperato, bensì è di speranza e insieme di testimonianza. La testimonianzaIl canto Witness recita: Sansone è stato testimone, così come Nicodemo, poiché hanno rischiato o si sono sacrificati per la giusta causa: e tu sei testimone?
Il ritmoIl ritmo è quello della loro terra in Africa: poliritmia con o senza strumenti, difficile da capire per la gente bianca di allora. Anzi i bianchi dei primi periodi, capendo che il ruolo dei tamburi assumeva un valore importante per la comunicazione fra loro, non tanto come codice “Morse” ma come elemento di carica di gruppo insuperabile, ne proibirono l’uso: era infatti un puro linguaggio ritmico con grandi capacità di generare carica emotiva. Un’altra caratteristica della musica nera è l’impossibilità di distinguere il ritmo dalla danza, componente essenziale del gesto estetico di quella musica. Dovendo creare un brano musicale per un nutrito gruppo di persone poco esperti in musica, qualsiasi musicista preferirebbe frasi brevi e ripetitive; se poi questo gruppo avesse particolari di ritmo, con la possibilità di agire su tutte le sfumature, non avrebbe dubbi su come scrivere questi brani . Il ritmo dei neri si differenziò subito da quello dei bianchi per lo spostamento degli accenti con le sincopi; quasi a dispetto della corretta tradizione musicale europea con l’accento forte sui quarti dispari della misura: al contrario erano qui accentati i battiti pari nella misura, in maniera quasi ossessiva. Se è difficile trovare canti Spiritual con tempo dispari, viceversa si percepiscono canti pensati, meglio eseguiti, con poliritmia, sia tempi dispari alternati a quelli pari, sia dispari e pari sovrapposti. Queste sono caratteristiche di molta musica etnica, specie delle coste dell’Africa occidentale. Il ritmo dà un’enorme carica di vitalità e significato a questi canti.
La musicaIl canto degli Spirituals era quasi sempre iniziato da un solista, che modificava improvvisando la melodia di base; essa veniva poi ripresa dal coro, a volte sovrapposto al solista, altre invece come controcanto. Entravano senza ruoli fissi, ma in compenso il ritmo era invariabilmente rispettato, ed in maniera perfetta. Indubbiamente la fusione fu quella di melodie africane arcaiche, miste a inni metodisti e battisti, quindi modificati alloro volta dei primi inni protestanti di Lutero; cantati con voci e strumenti (il violino) tipicamente profani dai primi coloni. Il primo punto di analisi è la mancanza dei semitoni, specie nei brani più semplici e quindi forse più antichi; la scala utilizzata è quella pentatonica. Un'altra caratteristica importante è l’uso frequente dei glissati ascendenti e discendenti. Altro punto è la continua modulazione fra 3^ maggiore e 3^ minore, adottata pienamente nella musica blues successiva, estendendo l’ambiguità anche nelle 7^, 6^ e 5^, le cosiddette “blue notes”. Le strofe e i ritornelli ripetuti sono propri della costituzione di moltissime song, dalla musica del passato sino a quella dei nostri giorni. La musica popolare è sempre stata scritta così. Le scale sono quelle progenitrici della musica blues e poi jazz; relativamente semplici, con un carico di melanconia e infelicità, mai di noia.
L’interpretazioneIl modo di cantareI negri cantavano perché la parola veicolata dal canto era il modo più semplice per tramandare la loro storia, dato che quasi nessuno di loro sapeva leggere o scrivere; cantavano per sopportare una dura giornata di faticoso lavoro nei campi; cantavano per darsi coraggio in una situazione disperata. Non e’ tanto il movimento l’aspetto centrale del canto; il canto si ascolta ad occhi chiusi; la musica non vuole gli occhi. Questi canti sono espressione di gruppo, come del resto la maggior parte della musica popolare in tutto il mondo; non è riconosciuto un singolo compositore o musicista per ognuno di essi. Anche il botta e risposta fra predicatore e coro è generatore di grande fervore collettivo, spesso in crescendo. Il canto come evento liberatorioUn modo di sfogare la loro aggressività era quello di cantare, narrando a modo loro le speranze, sofferenze, attimi di vita, di dolore di angoscia, di speranza in un qualcosa che dovrà poi finalmente venire. Lo spiritual è un canto di sfogo, ma non di cattiveria; non c’è mai una parola di astio nei confronti dei padroni; semmai di scherno, fatto con la scarsa conoscenza letteraria propria di un popolo che ha solo lavorato e poco studiato. L’esecuzionePer poter interpretare bene gli Spirituals l’esecutore deve avere familiarità con le circostanze e le condizioni che li generarono. E’ oltremodo importante conoscere le caratteristiche e l’umore della musica. L’esecutore di questa musica deve come sempre leggere al di là delle notazioni dello spartito; ricreare le motivazioni spirituali della musica, conoscere anche la forma dialettale in cui sono espressi; questo infatti non è solo un tentativo mal riuscito di pronuncia delle parole anglosassoni fatta da illetterati; un esame attento rivela infatti che sono modifiche gutturali e ovattate dei suoni per soddisfare esigenze di vocaboli il più possibile eufonici al linguaggio nativo africano. Alcuni esempi: invece del dittongo “I” (letto in italiano “ai”) il Negro dice:”Ah”. Invece di “The” egli usa “De”, invece del finale “with” egli dice “wid”. Questo modifiche al linguaggio sono state spesso enfatizzate nelle traduzioni in lingua di celebri film americani della prima metà del XX secolo. Il bravo esecutore di spirituals deve osservare alcune regole importanti: forse la più fondamentale è quella di “tenere il tempo”, senza annoiare con spasmodici ritardando o accelerando. Perdere il tempo “irrita” oltremodo i neri . Il tempo per loro, sia che si tratti di musica etnica, africana o afro-americana è una gioia e va come tale osservata e rispettata. Spesso la musica africana è solo ritmo, ossessivo battere sui tamburi, con poliritmie incalzanti, spesso sovrapposte, che continuano per tempi molto lunghi, e danno gioia anche senza la melodia. Il ritmo è melodia per i neri.
La diffusioneNel 1868 William Allen pubblicò la prima raccolta di questi canti: “Slave songs of the United Stated” (Canti degli schiavi negli Stati Uniti), che rappresentò il primo momento di avvicinamento della cultura ufficiale alla musica nera. In questo modo i canti uscivano dalle adunanze religiose ed il grande pubblico ne conobbe il valore lirico e musicale. I Fisk Jubilee SingersFurono i primi che ebbero l’idea di proporre artisticamente i canti Negro Spirituals; dopo la guerra civile del 1860-64, ci fu la necessità di ricostiruire il patrimonio culturale e la didattica, in particolare del popolo negro. Armonizzarono i canti a 4 voci, secondo gli stilemi dell’innologia protestante e furono immediatamente apprezzati in tutto il mondo. A Nashville nel Tennessee, fu aperta la Fisk University che però ebbe bisogno di una forte sponsorizzazione. Nel 1871 il suo tesoriere George L.White, che era un eccellente cantante, allestì un coro da concerto, per poter ripianare i bilanci. Ma all’inizio non ebbe fortuna: fu solo quando decisero di sostituire il repertorio con le canzoni degli schiavi negri che arrivò il successo, al di là delle più rosee aspettative. Fecero tournée negli Stati Uniti ed arrivarono anche in Europa. Harry Thacker Burleigh (1866-1949)Un altro musicista che si impose all’attenzione del pubblico fu Harry Thacker Burleigh (1866-1949), compositore di colore; creò degli arrangiamenti di questi canti sia per coro che per solisti accompagnati al pianoforte, per sala da concerto, di notevolissimo valore musicale. Iniziò a studiare musica solamente a 26 anni: divenne allievo al Conservatorio di New York; al 2° anno conobbe Antonin Dvoràk allora Direttore; egli lo invitò spesso a casa sua per copiare manoscritti e cantare spirituals. William Levi Dawson (1899-1990)Fu compositore, direttore di Coro, trombonista ed educatore insigne. Nato ad Alliston in Alabama studiò al Tuskegee Institute, Alabama, dove ritornò come insegnante e direttore del Coro dopo gli studi musicali eseguiti a Kansas City e Chicago. Sotto la sua guida il coro di Tuskegee divenne molto famoso; vinse numerosi premi musicali e scrisse una importante raccolta di canti negro spirituals arrangiati per coro misto.
Le ragioni della nostra propostaQuesti canti sono rimasti attualissimi anche ai nostri giorni; ovunque siano rappresentati evocano nell’ascoltatore e nel cantante un coinvolgimento molto particolare, cui è quasi impossibile sottrarsi. Non ci sono Spiritual da prendere “alla leggera”, e nemmeno sono canti che possono lasciare indifferenti. Inoltre quando un testo nasce veramente dal cuore non può tramontare mai; c’è sempre un’altra persona che si riconosce in quelle parole, perché forse anche lui ha provato in un certo momento della sua vita degli attimi o veri periodi difficili. Quando si ripropongono questi canti non bisognerebbe mai dimenticare come sono nati, sia che essi esprimano dolore, angoscia oppure gioia e speranza. Noi crediamo che proporre il genere spiritual sia importante per ricordare a tutti noi che infierire su qualcun altro è inumano; la solidarietà’ che nasce con noi, come da madre e padre a figlio, nella vita non va mai dimenticata.
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